I dati elaborati dalla UIL Emilia Romagna sugli ammortizzatori sociali nel primo trimestre 2026, su fonte Inps, confermano un quadro che, pur registrando una diminuzione complessiva, resta fortemente critico per il sistema produttivo e occupazionale dell’Emilia-Romagna.
Nel periodo gennaio–marzo 2026 sono state autorizzate 12.096.700 ore di ammortizzatori sociali (cassa integrazione e fondi di solidarietà), a fronte delle 18.669.058 ore dello stesso periodo del 2025, con una riduzione del 35,2%.
Un calo significativo che, tuttavia, non può essere interpretato come un segnale di superamento delle criticità. I volumi restano infatti ancora elevati e indicano la permanenza di una situazione di difficoltà per imprese e lavoratrici e lavoratori.
Nel dettaglio, la cassa integrazione ordinaria passa da 10,9 milioni a 6,7 milioni di ore (–38,6%), mentre la cassa integrazione straordinaria scende da 7,3 milioni a 5,1 milioni di ore (–30,4%).
Un andamento che evidenzia come, pur in presenza di una riduzione complessiva, permanga un utilizzo significativo degli ammortizzatori sociali, segno di una fase ancora molto incerta per il sistema produttivo.
Nel dettaglio territoriale, i dati provinciali mostrano una dinamica differenziata, con cali marcati in molte realtà produttive ma anche situazioni di tenuta o crescita in alcuni territori. Tra i principali dati:
- Bologna: 4.118.462 ore (–3,9%)
- Modena: 1.591.932 ore (–60,0%)
- Reggio Emilia: 1.787.784 ore (–49,1%)
- Ferrara: 764.702 ore (–40,6%)
- Forlì-Cesena: 733.028 ore (–38,1%)
- Ravenna: 477.326 ore (–60,2%)
- Rimini: 1.678.958 ore (+0,9%)
- Parma: 196.134 ore (–72,2%)
- Piacenza: 515.684 ore (–2,0%)
«Il calo delle ore di ammortizzatori sociali – dichiara Marcello Borghetti, segretario generale UIL Emilia-Romagna – è un dato che va letto con prudenza. I livelli restano ancora elevati e indicano che il sistema produttivo regionale non ha ancora superato una fase di difficoltà significativa.
La riduzione riguarda sia la cassa ordinaria che quella straordinaria, ma questo non significa che le criticità siano risolte: al contrario, permane una forte preoccupazione per la tenuta occupazionale, soprattutto in alcuni comparti e territori.
Per questo serve una vera politica industriale ed energetica, nazionale ed europea, tanto più in un quadro internazionale segnato prima dai dazi e oggi da drammatiche guerre, che stanno producendo effetti sui costi dell’energia e delle materie prime, potenzialmente dirompenti, complicando i processi di trasformazione.
La transizione tecnologica in atto deve essere anche una transizione sociale, capace di tutelare il lavoro, sostenere i redditi e accompagnare imprese e lavoratori nei cambiamenti.
Allo stesso tempo è necessario rilanciare il Patto per il Lavoro, per rafforzare il sistema produttivo regionale, garantire stabilità occupazionale, qualità del lavoro, redistribuzione del reddito e sicurezza, e sostenere il modello di Stato sociale pubblico, oggi sotto pressione anche per il saldo demografico negativo e la crescita dei bisogni sociali».

