Dichiarazione del segretario generale Uil Emilia Romagna, Marcello Borghetti sulla sanità in Emilia Romagna
«Un parziale rientro dei conti in ordine è certamente un elemento da accogliere positivamente, a patto di riportare un po’ di sano realismo.
Per la Uil Emilia-Romagna, il miglioramento dei conti della sanità, annunciato dal presidente della Regione, Michele de Pascale, è più il frutto dei sacrifici richiesti ai cittadini, attraverso il consistente aumento delle tasse regionali – addizionale Irpef, ticket, bollo auto – che non di una gestione particolarmente efficace delle aziende sanitarie locali, che continuiamo ad attendere. Un aspetto reso ancora più evidente dalle condizioni spesso difficili in cui opera il personale dipendente delle strutture sanitarie.
Sono i cittadini a pagare il risanamento della sanità regionale, in particolare lavoratori dipendenti e pensionati, ovvero coloro che versano l’Irpef e la relativa addizionale. Una tassa che, quando aumenta, come avvenuto nella nostra regione, colpisce sempre i soliti noti e non certo gli evasori fiscali.
Dov’è dunque l’equità in un’azione che, di fronte ai problemi di riorganizzazione della sanità, finisce sempre per gravare sui cittadini?
Si richiama spesso il tema dei costi energetici, ma perché in questa regione è così difficile, per una politica che interviene con facilità sulle addizionali, aprire una discussione sui dividendi delle multiutility che operano nel settore energetico e che incidono direttamente sulle bollette degli utenti?
Leggiamo dalle agenzie stampa che l’assessore regionale alla Sanità, Massimo Fabi, parla di una sanità che “sta cambiando pelle”. Ci auguriamo sia quella giusta.
Le liste d’attesa restano un problema concreto, le criticità legate al personale non diminuiscono, anzi aumentano. Ad oggi registriamo ancora grandi difficoltà e pochi passi avanti.
Si annunciano progetti importanti sulla sanità territoriale, sul ruolo dei medici di medicina generale e sui presidi ospedalieri: lo auspichiamo, ma i loro effetti reali, in termini di servizi migliori e più accessibili, potranno essere verificati concretamente solo nel tempo.
Per questo, i toni molto entusiasti risultano poco coerenti con una realtà sempre più complessa e preoccupante.
Il caso della riforma delle Aft (Aggregazioni funzionali territoriali) è emblematico: viene presentata come una “rivoluzione” che rischia però di sovrapporsi, o addirittura sostituirsi, a un’altra “rivoluzione”, quella dei Cau introdotta appena due anni fa, lasciando i cittadini disorientati tra continue enunciazioni e nuove denominazioni.
Su questo terreno riteniamo ci sia più da vigilare che da festeggiare.
Positivo l’incremento delle risorse sul Fondo per la non autosufficienza, ma anche in questo caso è bene ricordare che si tratta di risorse generate proprio dalla tassazione e dall’aumento delle rette sostenute negli ultimi anni da ospiti, famiglie e cittadini emiliano-romagnoli.
Anche qui il “compitino” non basta: è il momento di dare risposte concrete ai problemi che la Uil Emilia-Romagna solleva da tempo. A partire da un punto chiaro: basta dumping contrattuale nei servizi accreditati. Va individuato il miglior contratto per chi lavora e reso condizione obbligatoria per l’accesso a un mercato accreditato, altamente tutelato e finanziato con risorse pubbliche, cioè con i soldi di lavoratrici, lavoratori, pensionate e pensionati.
Meno “rivoluzioni” e più equità sociale reale.
Meno celebrazioni e più coraggio, con riorganizzazioni vere che sappiano ottimizzare le risorse nell’esclusivo interesse della comunità».

